
L’interpretazione di Ficarra e Picone, la sintonia artistica dei due comici, la loro capacità comica, mai invadente e mai sopra le righe, arricchiscono il film aggiungendo alla storia reale due personaggi, Tricò e Spitale, due vere e proprie maschere, due soggetti mediocri, privi di spirito patriottico e di ideali, in un’epoca in cui gli ideali hanno determinato i grandi cambiamenti che hanno gettato le basi per costruire la nostra Italia.
Il film offre spunti interessanti per aprire dibattiti e riflessioni sulla questione meridionale, sulla figura di Giuseppe Garibaldi e sul processo che ha portato all’unità d’Italia, oggetto troppo spesso di un revisionismo storico, che è vero e proprio negazionismo, portato avanti da neomeridionalisti/e, con narrazione antirisorgimentale, contribuendo a una rivalutazione dei Borbone e condannando l’unità d’Italia semplicemente a una colonizzazione sabauda che avrebbe impoverito il Sud della penisola per avvantaggiare il Nord.
Il film mette al centro della trama il colonnello Vincenzo Giordano Orsini , palermitano di nobili origini, che, tradendo il suo casato, lascia l’esercito borbonico per aderire alle idee di Giuseppe Mazzini e porsi alla guida di giovani volontari garibaldini che vogliono, con Garibaldi, unire l’Italia, scacciare i Borbone dal sud povero e arretrato, già vessato da malavitosi che incutono timore, e da grandi latifondisti che si arricchiscono sullo sfruttamento delle persone costrette a lavorare nei loro campi senza alcuna garanzia di diritti.
Tricò e Spitale si imbarcano con i Mille dalla Liguria per sbarcare in Sicilia non per contribuire alla lotta garibaldina, ma, semplicemente, per avere un passaggio, il primo per andare finalmente, dopo dieci anni di emigrazione, a sposare la sua fidanzata, l’altro per fuggire e trovare riparo nella terra natìa dopo aver commesso al Nord truffe attraverso il gioco delle carte.
Le vite dei tre protagonisti si intrecciano ed è evidente la distanza ideale tra chi, con il rigore di chi crede fortemente nell’utilità politica e sociale dell’impresa che sta compiendo e con intelligenza e acume conduce il gruppo di volontari e chi non ha alcun interesse a far parte del gruppo, a combattere e rischiare di morire per un ideale, per costruire una nuova nazione.
Nel raccontare le vicende dell’avanzare di Garibaldi verso Palermo, la battaglia di Calatafimi, la vendetta dell’esercito borbonico verso il popolo di Corleone, che aveva ospitato Orsini con il suo gruppo, la bella solidarietà della gente, tutta, compreso sindaco e parroco, di Sambuca, l’astuzia strategica di Garibaldi, che riesce a raggiungere Palermo ingannando l’esercito borbonico, il regista si sofferma su alcuni particolari, che emergono anche attraverso le riflessioni di Orsini.
A tratti è evidente il riferimento al capolavoro di Tomasi di Lampedusa, il Gattopardo.
Intanto procede, in parallelo, il viaggio a piedi dei due, Tricò e Spitale, che, disertori già dallo sbarco a Marsala, si imbattono in avventure comiche che alleggeriscono, senza mai banalizzare, la trama.
Dolcezza, pietà e coraggio animano chi vuole garantire la libertà di non avere fame ora, di vestire in modo dignitoso ora, di condurre una vita degna di un essere umano e farlo ora.
Garibaldi, appena sbarcato, incontrando i siciliani promette loro libertà dall’oppressore borbonico ma anche la distribuzione delle terre alle famiglie di contadini e la fine del latifondismo.
Sappiamo però che bisognerà aspettare quasi un secolo per vedere veramente la distribuzione delle terre ai contadini, la fine del latifondismo al sud, con la riforma agraria del 1950 risultato di importanti lotte politiche della sinistra italiana, di quella meridionale, di cui oggi si sente una grande mancanza.
La trama del film propone un salto temporale dalle vicende di Sambuca, dove Tricò e Spitale si trovano a essere eroi inattesi, salvatori degli abitanti del paese e delle camicie rosse garibaldine, a vent’anni dopo, quando l’unità d’Italia si è compiuta e, finalmente, Orsini, ormai a riposo, ritrova i due “eroi per caso” tanto cercati negli anni successivi al 1861.
Osservando le loro vite, Orsini comprende come aver unito l’Italia non ha automaticamente prodotto un’emancipazione consapevole delle persone, un miglioramento del senso civico, una capacità diffusa di assunzione di responsabilità e rispetto delle leggi.
Ed è qui, tutto qui, il senso amaro del titolo!